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18 Maggio 1980 - St. Helens

Un vulcano alto 2950 m dal livello del mare, con 275.000 anni di attività esplosiva, alternata a colate di lava e a fasi di riposo, coperto di foreste cresciute in lunghi anni di quiete, improvvisamente si sveglia nella primavera del 1980 dopo 123 anni. Il 16 marzo e, ancora di più, il 27 dello stesso mese, un crescendo di terremoti annuncia il cambiamento. Le prime esplosioni ruppero la copertura glaciale, macchiarono di cenere scura la neve e formarono un cratere largo 400 m. Una colonna di vapore e cenere si vide sollevarsi saltuariamente fino al 22 aprile. L’illusione che tutto si fosse concluso svanì il 7 maggio, con la ripresa di deboli esplosioni, accompagnate da 10.000 terremoti. Nel frattempo, il fianco Nord del vulcano si andava gonfiando e, rispetto ai primi giorni, si era deformato di 140 m, con uno spostamento che cresceva di circa due metri al giorno.

Il 18 maggio, alle ore 8.32, un terremoto di Magnitudo 5.1 accompagnò il repentino scivolamento del settore del cono che si era deformato e di una parte sommitale del vulcano. Dalla scarpata della frana e dal cratere uscirono due colonne di cenere, mentre il materiale franato, compresi giganteschi blocchi del cono stesso (hummocks), scendeva lungo la valle del North Fork Toutle River. L’immediata depressurizzazione del sistema magmatico causò una violenta espulsione di gas e magma dal fianco liberato dal materiale franato, che coinvolse anche ciò che restava della parte superiore del cono. Dopo poche ore, si sollevò una colonna di cenere alta 24 km, che si mantenne verticale sopra il cratere sommitale per nove ore, con picchi di violenza tra le 15 e le 17, collassando a tratti lungo i fianchi.

L’esplosione avvenuta dall’apertura del fianco del vulcano fu l’evento più devastante: entro 10 km non rimase in piedi un solo albero della secolare foresta che circondava il vulcano. Seicento km2 di un territorio boscoso, con fiumi, laghi, alberghi e rifugi, furono ridotti in pochi attimi in una grigia distesa di cenere. Il calore sprigionatosi dal vulcano sciolse la neve. Acqua, cenere e pezzi del cono formarono vorticosi flussi che si incanalarono lungo il Toutle River, travolgendo case, strade e ponti per arrivare, verso mezzanotte del 18 maggio, nel Cowlitz River. I danni al patrimonio boschivo, che comprendeva aree private, dello Stato di Washington e federali, furono gravissimi e solo la circostanza che l’eruzione fosse avvenuta di sabato, giorno di riposo dei dipendenti della compagnia che commerciava in legname, non si ebbero vittime tra i suoi dipendenti. Andarono però distrutti 22 autobus di trasporto del personale, 30 camion e 39 vagoni ferroviari usati per lo sgombero dei tronchi, oltre ai collegamenti che ne consentivano il commercio. Le acque dello Spirit Lake sono ancora oggi, a poco meno di 40 anni di distanza, coperte di tronchi galleggianti strappati dalla montagna.

Baia: dall’emersione a gioiello romano e ritorno

Tutta la fascia costiera che sul lato occidentale del Golfo di Pozzuoli si estende da punta dell’Epitaffio scendendo fino a Capo Miseno, è costellata da una serie di insenature, golfi e laghi di origine vulcanica (Fig. 1a). La zona fu abitata fin dall’epoca greca, ma è con il consolidamento dell’impero romano che lungo la costa sorsero splendide ville di otium, città e approdi.

Grazie ai numerosi ripari naturali, qui si trovava un importante porto militare, Capo Miseno, in cui erano ancorate centinaia di unità, dalle galee, alle leggere e veloci liburne, alle potenti esaremi. Nell'anno 79 d.C., data della catastrofe pompeiana, sotto l'imperatore Tito Flavio Vespasiano, figlio di Vespasiano, a Capo Miseno, e in parte nella vicina insenatura di Baia, si trovava di stanza la flotta romana al comando di Plinio il Vecchio, politico, letterato e valente naturalista. Il racconto della sua morte, contenuto in due lettere del nipote Plinio il Giovane allo storico Tacito, ha contribuito alla formazione dell’immagine di Plinio che, sempre secondo il resoconto del nipote, si espose al pericolo anche per recare soccorso ad alcuni cittadini in fuga dall'eruzione del Vesuvio che seppellì Pompei ed Ercolano e dove egli stesso trovò la morte.

ScienzAperta 2019 - Incontri con il Pianeta Terra

ScienzAperta è un’iniziativa dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, nata nel 2011 con l’obiettivo di aprire i luoghi della ricerca scientifica al pubblico, offrendo eventi, conferenze, percorsi museali, laboratori didattici e altre manifestazioni. In molte sedi INGV si avvicenderanno eventi che apriranno il mondo della scienza alla curiosità, all’interesse e all’emozione del pubblico.

Come negli anni precedenti, l’Osservatorio Etneo, sezione catanese dell’INGV, partecipa all’iniziativa nazionale di SCIENZAPERTA per mostrare i luoghi della ricerca scientifica, offrendo eventi, percorsi e visite guidate.

Roma e il suo vulcano

Ci sono tante città del mondo la cui storia ed il cui immaginario collettivo sono legati alla presenza di un vulcano. Napoli è senz’altro il modello di questa città e per un vulcanologo è d’obbligo rispondere alle domande di amici e conoscenti circa la probabilità di una prossima eruzione del Vesuvio (quasi mai invece dei Campi Flegrei o di Ischia…sic!). Ma sono famose anche Catania con l’Etna, Tokyo con il suo Fuji, Città del Messico con il suo Popocatepetl, Yojakarta con il Merapi e così via.

Al contrario, a nessuno viene in mente, e men che meno ai romani, che Roma possa avere un suo vulcano, ossia un vulcano sufficientemente recente da aver potuto interagire con la sua storia.

Eppure se andiamo sul sito della Protezione Civile (http://www.protezionecivile.gov.it/attivita-rischi/rischio-vulcanico/vulcani-italia) ecco che troviamo i Colli Albani insieme ai più noti Vesuvio, Etna, Stromboli, Vulcano (Fig. 1).

 

Fig 1 – Localizzazione dei vulcani attivi italiani (in arancione) dal sito della Protezione Civile

1669 – 2019: 350° anniversario della devastante eruzione dell’Etna

L’eruzione del 1669 è considerata una delle più distruttive tra le eruzioni di fianco avvenute all’Etna in tempi storici. I volumi di materiale emesso [circa 600 milioni di m3 (Branca et al., 2013), dei quali circa 66 milioni di m3 sono attribuibili a materiale piroclastico (Mulas et al. (2016)]) sono ragguardevoli se confrontati con i volumi di lave e piroclastiti emessi durante altre grandi eruzioni dell’Etna. L’eruzione del 1669 ebbe un’eco colossale tra gli scienziati e i cittadini di tutta Europa, come è ben testimoniato dalle numerose riproduzioni grafiche derivanti da incisioni su rame e/o acciaio e opere pittoriche risalenti al XVII secolo (Fig. 1).

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