Roma e il suo vulcano

di Guido Giordano - Università Roma Tre - Presidente AIV

Ci sono tante città del mondo la cui storia ed il cui immaginario collettivo sono legati alla presenza di un vulcano. Napoli è senz’altro il modello di questa città e per un vulcanologo è d’obbligo rispondere alle domande di amici e conoscenti circa la probabilità di una prossima eruzione del Vesuvio (quasi mai invece dei Campi Flegrei o di Ischia…sic!). Ma sono famose anche Catania con l’Etna, Tokyo con il suo Fuji, Città del Messico con il suo Popocatepetl, Yojakarta con il Merapi e così via.

Al contrario, a nessuno viene in mente, e men che meno ai romani, che Roma possa avere un suo vulcano, ossia un vulcano sufficientemente recente da aver potuto interagire con la sua storia.

Eppure se andiamo sul sito della Protezione Civile (http://www.protezionecivile.gov.it/attivita-rischi/rischio-vulcanico/vulcani-italia) ecco che troviamo i Colli Albani insieme ai più noti Vesuvio, Etna, Stromboli, Vulcano (Fig. 1).

Fig 1 – Localizzazione dei vulcani attivi italiani (in arancione) dal sito della Protezione Civile

Forse non tutti sanno che i Colli Albani sono quell’insieme di rilievi a sudest di Roma, su cui sono situate le cittadine di Frascati, Grottaferrata, Marino, Velletri, ben note per i vini, le cui caratteristiche sono dovute proprio alla natura vulcanica dei terreni.

I Colli Albani hanno iniziato la loro attività circa 600.000 anni fa e sono stati attivi più o meno in contemporanea con gli altri grandi apparati vulcanici del Lazio e Campania (Fig. 2).

A lungo tuttavia sono stati considerati estinti in quanto non sono note eruzioni più recenti di 10.000 anni, limite che convenzionalmente viene utilizzato come indicatore di quiescenza vulcanica ancora in grado di poter dare eruzioni. Tale limite è però negli anni stato sempre più criticato perché sono molti i vulcani nel mondo che hanno subito risvegli dopo periodi di quiescenza anche ben più lunghi di 10.000 anni.

Inoltre, i Colli Albani presentano una sismicità di bassa intensità ma molto superficiale ed una quantità di degassamento soprattutto di anidride carbonica, che per molti versi è simile o addirittura superiore a quella di molti vulcani attivi. Si pensi ad esempio che il terremoto del 26 agosto 1806 nelle zona di Rocca di Papa e Velletri causò ingenti crolli e vittime (http://storing.ingv.it/cfti/cfti5/quake.php?04919IT).

Al contempo il livello di degassamento diffuso, ma soprattutto dalle zone tra Ciampino e Pomezia, ha spesso causato seri problemi di abitabilità e purtroppo anche incidenti e vittime nelle cantine e nelle zone poco aerate, perché l’anidride carbonica è inodore e più densa dell’aria, per cui tende ad accumularsi in basso e a produrre fino alla morte per asfissia.

Fig. 2 – immagine da Google Earth dove sono indicati i principali apparati vulcanici del Lazio e della Campania.

Fig. 3 – Carta geologica semplificata dei depositi vulcanici più recenti dei Colli Albani legati al cratere di Albano che ospita l’omonimo lago. Legenda: Colore avana = depositi di età compresa tra 70.000 BP e 23.000 BP; colore verde = depositi olocenici (più recent di 10000 anni) da lahar della Formazione del Tavolato. Con il simbolo stella gialla sono indicati i siti archeologici preistorici e storici affetti dal catastrofico arrivo dei lahar.

Tra il 1990 ed il 1991 i Colli Albani sono stati sede dell’ultimo grande sciame sismico (moltissimi eventi di bassa magnitudo a basse profondità prevalenti comprese tra 3 ed 1 km) nel corso del quale fu inoltre evidenziato un sollevamento del suolo fino a 30 cm centrato sul lago Albano, sede delle ultime eruzioni del vulcano databili a circa 25.000 anni fa (Fig. 3).

In questo quadro il primo decennio del nuovo millennio è stato sensazionale per la scoperta di una serie di depositi recenti da colate di fango, legati alla dinamica del vulcano, che erano rimasti per oltre un secolo ignoti alla vulcanologia moderna, nonostante fossero stati descritti e dibattuti già nella seconda metà dell’ottocento da geologi del calibro di Giuseppe Ponzi e da archeologi del calibro di Lanciani e Pigorini. Tuttavia, con il medioevo culturale prodotto dalle due guerre e da venti anni regime fascista, tale dibattito sparì e nel secondo dopoguerra la comunità scientifica dell’Italia finalmente liberata dalla tirannide ripartì praticamente da zero.

Bisognerà dunque attendere i rinnovati studi promossi dal progetto nazionale di Cartografia Geologica CARG (http://www.isprambiente.gov.it/Media/carg/) per avere nuovi studi di terreno in grado di ritrovare ed interpretare con conoscenze moderne quei depositi - poi nominati Formazione del Tavolato - presenti alle falde del cratere di Albano, che formano un peculiare altopiano perfettamente livellato tra Ciampino e Roma (Fig. 3) e che rappresentano una serie di potenti eventi di lahar legati a ripetute esondazioni del lago Albano ospitato dall’omonimo cratere. I lahar non sono altro che i depositi di eventi alluvionali eccezionali legati al mescolamento di acque e di materiali vulcanici, che possono avvenire quando le eruzioni avvengono in laghi, ovvero su ghiacciai, così come in zone monsoniche dove le piogge sono ingenti ed il materiale vulcanico può essere facilmente imbibito e mobilizzato. Nel caso di Albano i lahar sono certamente da ascrivere alle esondazioni del lago perché sono presenti solo nel settore a nordovest del lago, proprio in corrispondenza del punto più basso del suo orlo (Fig. 4).

Ancor più straordinarie sono state le concomitanti scoperte archeologiche che hanno documentato perfettamente come sin dall’Eneolitico e poi per tutta l’età del Bronzo fino in epoca Romana, in quel settore si abbiano evidenze di continui ricoprimenti e abbandoni e poi di rioccupazioni del territorio, a testimonianza di una lotta persistente tra le comunità umane e il vulcano.

Fig. 4 - Estensione della Formazione del Tavolato (in verde) su immagine prospettica e con esagerazione verticale 3x da Google Earth, con localizzazione dei siti archeologici menzionati nella figura 3. Si noti in distanza il cratere di Albano con la sua parte topograficamente più bassa rivolta verso Nord Ovest, da cui originarono le ripetute esondazioni che portarono, nel corso dell’Olocene (ultimi 10000 anni), a riempire progressivamente il reticolo fluviale inciso nel precedente periodo glaciale.

L’ultimo di questi eventi è descritto da Plutarco nelle Storie di Temistocle e Camillo e da Tito Livio nella sua Storia Naturale, dove viene raccontato come nel 398 a.C. al decimo anno dell’assedio di Veio, il lago Albano, alla fine di agosto, dopo un’estate lunga e asciutta, improvvisamente si innalzò fino ad esondare portando morte e distruzione fino a Roma. I Romani interrogarono su questo prodigio l’oracolo a Delfi che spiegò l’evento come l’ira di Poseidone, protettore degli Etruschi, per il lungo assedio di Veio e ordinò, per placarlo, di mandare le acque del lago direttamente a mare. Questo ordine fu seguito dai Romani che scavarono un tunnel di 1,5 km che abbassò il lago di 70 m riversandone le acque verso Ardea, ossia direttamente verso il Tirreno.

L’emissario ha funzionato da allora e sino ad oggi, rappresentando forse la prima struttura di mitigazione del rischio vulcanico mai costruita nella storia.

Di recente nella zona di Ciampino è stato rinvenuto un deposito da lahar che ricopre una strada romana di epoca repubblicana (V sec a.C.) e su cui sono costruite strutture del II sec. a.C., di fatto identificando esattamente la cronologia dell’ultimo evento indicata da Plutarco e da Tito Livio.

Gli studi che portarono a tutte queste scoperte furono condotti dal gruppo di ricerca del Prof. Renato Funiciello che per chi volesse approfondire possono essere trovate nelle pubblicazioni elencate in fondo a questo breve articolo.

Il risultato più importante però fu quello di dimostrare che il vulcano dei Colli Albani è ben lungi dall’essere estinto e che anche nel corso della preistoria e della storia recente ha avuto vari episodi che denotano una forte attività del sistema profondo, dove gli improvvisi innalzamenti del livello delle acque potrebbero essere messi in relazione anche a risalite di magma, che fortunatamente non sempre esitano in eruzioni.

E’ dunque un bene che la Protezione Civile abbia deciso, a valle degli studi sopra descritti, di annoverare i Colli Albani tra i vulcani attivi d’Italia, seppur fortunatamente al momento ben quiescenti. Ovviamente nel breve e medio periodo le uniche pericolosità attese sono quelle legate alla sismicità ed al degassamento, ma gli studi ed il monitoraggio di questo vulcano sono essenziali per poter capire, laddove si verificassero variazioni significative dei parametri osservati, se il vulcano abbia ancora le potenzialità di far migrare magma verso la superficie.

Per approfondire:

Funiciello R & Giordano G, 2010, The Colli Albani Volcano, Geological Society London, special IAVCEI serie, n. 3, con carta allegata.

Funiciello R, Praturlon A, Giordano G, 2008, La geologia di Roma: dal centro storico alla periferia. Memorie Descrittive della Carta Geologica d’Italia, vol. 80, con carta allegata, scaricabile integralmente come pdf dal sito http://www.isprambiente.gov.it/it/pubblicazioni/periodici-tecnici/memorie-descrittive-della-carta-geologica-ditalia/la-geologia-di-roma-dal-centro-storico-alla

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