18 Maggio 1980 - St. Helens

scritto dai soci AIV Lisetta Giacomelli e Roberto Scandone

Un vulcano alto 2950 m dal livello del mare, con 275.000 anni di attività esplosiva, alternata a colate di lava e a fasi di riposo, coperto di foreste cresciute in lunghi anni di quiete, improvvisamente si sveglia nella primavera del 1980 dopo 123 anni. Il 16 marzo e, ancora di più, il 27 dello stesso mese, un crescendo di terremoti annuncia il cambiamento. Le prime esplosioni ruppero la copertura glaciale, macchiarono di cenere scura la neve e formarono un cratere largo 400 m. Una colonna di vapore e cenere si vide sollevarsi saltuariamente fino al 22 aprile. L’illusione che tutto si fosse concluso svanì il 7 maggio, con la ripresa di deboli esplosioni, accompagnate da 10.000 terremoti. Nel frattempo, il fianco Nord del vulcano si andava gonfiando e, rispetto ai primi giorni, si era deformato di 140 m, con uno spostamento che cresceva di circa due metri al giorno.

Il 18 maggio, alle ore 8.32, un terremoto di Magnitudo 5.1 accompagnò il repentino scivolamento del settore del cono che si era deformato e di una parte sommitale del vulcano. Dalla scarpata della frana e dal cratere uscirono due colonne di cenere, mentre il materiale franato, compresi giganteschi blocchi del cono stesso (hummocks), scendeva lungo la valle del North Fork Toutle River. L’immediata depressurizzazione del sistema magmatico causò una violenta espulsione di gas e magma dal fianco liberato dal materiale franato, che coinvolse anche ciò che restava della parte superiore del cono. Dopo poche ore, si sollevò una colonna di cenere alta 24 km, che si mantenne verticale sopra il cratere sommitale per nove ore, con picchi di violenza tra le 15 e le 17, collassando a tratti lungo i fianchi.

L’esplosione avvenuta dall’apertura del fianco del vulcano fu l’evento più devastante: entro 10 km non rimase in piedi un solo albero della secolare foresta che circondava il vulcano. Seicento km2 di un territorio boscoso, con fiumi, laghi, alberghi e rifugi, furono ridotti in pochi attimi in una grigia distesa di cenere. Il calore sprigionatosi dal vulcano sciolse la neve. Acqua, cenere e pezzi del cono formarono vorticosi flussi che si incanalarono lungo il Toutle River, travolgendo case, strade e ponti per arrivare, verso mezzanotte del 18 maggio, nel Cowlitz River. I danni al patrimonio boschivo, che comprendeva aree private, dello Stato di Washington e federali, furono gravissimi e solo la circostanza che l’eruzione fosse avvenuta di sabato, giorno di riposo dei dipendenti della compagnia che commerciava in legname, non si ebbero vittime tra i suoi dipendenti. Andarono però distrutti 22 autobus di trasporto del personale, 30 camion e 39 vagoni ferroviari usati per lo sgombero dei tronchi, oltre ai collegamenti che ne consentivano il commercio. Le acque dello Spirit Lake sono ancora oggi, a poco meno di 40 anni di distanza, coperte di tronchi galleggianti strappati dalla montagna.

La catena vulcanica delle Cascades, lungo il bordo occidentale degli Stati Uniti. In primo piano il St Helens, l’area grigia devastata dall’eruzione del 1980 e, al centro del bordo sinistro, Spirit Lake ancora in parte coperto di trochi d’albero (foto Giacomelli, 2003)

Un taxista di Tacoma, Gary Rosenquist, con la moglie Linda, il figlio e un vicino di casa, quel giorno cercavano un punto dove campeggiare e avere una buona prospettiva del vulcano. Lo individuarono a Bear Meadow e, da lì, pur terrorizzato da quanto vedeva, Gary riuscì a fissare, dalle 8.27.00 alle 8.32.59 del 18 maggio 1980, una serie di immagini destinate a diventare famose, riprodotte in ogni testo di vulcanologia e presenti sui muri di casa di ogni vulcanologo. I quattro riuscirono a fuggire in tempo, ma non mancarono episodi meno fortunati, come la tragedia accaduta a David Alexander Johnston, il ventinovenne geologo americano, travolto con la sua postazione di monitoraggio e quella dell’anziano Harry Truman, proprietario del rifugio sulle rive di Spirit Lake che rifiutò di allontanarsi dal luogo dove aveva vissuto quasi tutta la sua vita. Il fotografo di un giornale di Vancouver, Reid Blackburn, dopo aver scattato molte fotografie del vulcano cercò invano rifugio nella sua auto, dove venne trovato due giorni dopo sepolto nella cenere. Il rullino delle sue foto è stato recuperato e stampato solo nel 2013. Nelle immagini del dopo eruzione, la montagna sembra ricoperta da una distesa di stuzzicadenti, sdraiati quasi ordinatamente uno accanto all’altro, indicanti con le loro punte la direzione dell’esplosione. Erano, e sono ancora lì, i trochi abbattuti, privi di rami, della corteccia e di ogni parte verde.

Nonostante i tentativi di evacuazione, attivati già dal 25 marzo, persero la vita 57 persone. Furono anche distrutte 250 abitazioni, 47 ponti, 24 km di ferrovia e 298 km di strade.

Sul vulcano, l’eruzione lasciò una depressione a forma di anfiteatro aperta verso Nord. Già dal giugno 1980, al suo interno cominciò a formarsi un duomo di lava, più volte distrutto da esplosioni ma ricresciuto fino al 1986. Dopo dieci anni di quiescenza, tra la lava del duomo e le pareti interne del cratere si era ricreato un ghiacciaio. Nel 2004, il ghiacciaio aveva la forma a ferro di cavallo che avvolgeva il duomo di lava. Nell’ottobre dello stesso anno, dopo 18 anni dall’ultima attività, dal fondo del cratere, in seguito a una breve esplosione, tra le fratture del duomo, si sollevò un nuovo blocco di lava, quasi solido, liscio, simile al dorso di una balena, che si inserì nel ghiacciaio, lo divise in due rami e lo pressò contro le pareti del cratere. Il ghiaccio, schiacciato fra due ostacoli, raddoppiò lo spessore e superò l’altezza del duomo. Le due lingue glaciali hanno abbracciato per anni il nucleo di lava fumante, percorse da crepacci e annerite dalle sporadiche emissioni di cenere e dal detrito che crollava dal duomo e dai versanti interni del cratere. Dal gennaio 2008, la crescita del duomo si è arrestata, il ghiacciaio si è prolungato e il vulcano sembra essere entrato in una nuova fase di riposo.

Dentro il cratere durante l’estrusione del duomo nel 1983 (foto Scandone)

L’eruzione del St Helens del 1980 è una di quelle pietre miliari della vulcanologia che ha permesso di rileggere molti altri eventi del passato. La sua inaspettata evoluzione, che nessuno aveva previsto, con un’esplosione quasi orizzontale, aveva creato una morfologia nel vulcano e una dispersione di prodotti che in precedenza erano state interpretate come conseguenza di franamenti. L’esperienza del St Helens permise di dare una risposta alle inspiegabili collinette disseminate nella pianura di pascoli ai piedi del vulcano Shasta, nel Nord della California. Indagando quelle colline, ormai coperte di vegetazione, si sono trovati blocchi del vecchio edificio vulcanico, trasportati quasi intatti a 40 km dal vulcano da un evento simile a quello del St Helens, avvenuto circa 350.000 anni fa.

Le colline di detrito vulcanico lasciato dall’eruzione del 1980 ai piedi del St Helens (foto Giacomelli, 2010)

L’analisi della sismicità durante e dopo l’eruzione del 1980 ha dato risultati sorprendenti. La disposizione degli ipocentri ha consentito di localizzare una camera magmatica a una profondità compresa fra 7 e 12 km e di individuarne il collasso alla fine dell’eruzione. Innumerevoli altri studi si sono concentrati sui meccanismi di riattivazione di un vulcano quiescente e sulla risalita del magma.

Dal 1982 il St Helens, compresa l’area devastata, è diventato Monumento Nazionale. Otto km a Nord dalla sua cima si trova l’osservatorio che era chiamato Coldwater II, ribattezzato Johnston Ridge Observatory, in ricordo del giovane vulcanologo del Geological Survey che si trovava in quel punto quando avvenne l’esplosione e che lanciò per primo il suo ultimo grido di allarme.

Il duomo in attività all’interno del cratere, circondato dal ghiacciaio coperto di cenere. In primo piano il duomo cresciuto fra il 1980 e il 1986 (Foto Giacomelli, 2005)

Per saperne di più
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  • Carson R., 2000, Mount St. Helens, The Eruption and Recovery of a Volcano, Sasquatch Book, Seattle, pagg. 160
  • Cortini M., Scandone R., 1987, Un’introduzione alla vulcanologia, Liguori Ed., Napoli, pagg. 212
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  • Foxworthy B.L., Hill M., 1982, Volcanic Eruption of 1980 at Mount St. Helens, The First 100 Days, Geological Survey Professional Paper, 1249, pagg. 125
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  • Walder J. S., Schilling S. P., Sherrod D. R., Vallance J. W., 2010, Photographic Documentation of the Evolution of Crater Glacier, Mount St. Helens, Washington, Septembere 2006-November 2009, S. Geological Survey Open-File, Report, 1141

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