Etna, gennaio 2026: una colata, molte decisioni
A cura di Mirko Messina (BUÙM – Guide Vulcanologiche Italiane)
Premessa
Dopo aver salutato il 2025 con i botti regalatici dal doppio evento parossistico del Cratere di Nord-Est (https://www.aivulc.it/dettnews-etna_il_cratere_di_nordest_rompe_il_silenzio_dopo_quasi_tre_decenni/4_843/it/), nei giorni immediatamente successivi non abbiamo fatto altro che parlare della colata lavica iniziata proprio giorno 1 gennaio 2026. L’attività effusiva che tanto abbiamo fotografato e ammirato sui social networks, rientra, dal punto di vista strettamente vulcanologico, in una tipologia ben conosciuta all’Etna: apertura di una fessura eruttiva in Valle del Bove caratterizzata da bassa alimentazione, flussi lavici confinati con progressivo rallentamento del fronte.
Nulla di inedito, nulla di eccezionale se confrontato con la lunga storia eruttiva dell’Etna. Eppure, questa eruzione ha mostrato con chiarezza quanto oggi il problema possa essere non soltanto il vulcano, bensì anche il modo in cui si sceglie di viverlo.
Breve cronaca degli eventi
Dal 1° gennaio 2026, dopo la diminuzione dell’attività esplosiva manifestata nei giorni precedenti dal Cratere di Nord-Est e dalla Voragine, una fessura posta tra i 2000 e i 2100 m di quota, ha iniziato ad alimentare una colata che si è sviluppata all’interno della Valle del Bove. Le prime immagini senza copertura nuvolosa si sono diffuse nel tardo pomeriggio del giorno di Capodanno, mentre durante le prime ore della sera è iniziato il primo carosello di guide e fotografi che hanno preso d’assalto l’ingresso della valle nella speranza di osservare quanto più vicino possibile l’evolvere della situazione. Già dalla mezzanotte tra i giorni 1 e 2 gennaio, il fronte più avanzato ha raggiunto i 1400 m di quota (Figura 1) e ha cominciato a scorrere sul falso piano della Valle del Bove proprio al di sotto di Rocca Musarra, che viene illuminata di rosso come fosse circondata dalle fiamme.
Figura 1. Vista del fronte lavico in Valle del Bove, nei pressi di Rocca Musarra, la sera del 1 gennaio 2026. Foto scattata da Mirko Messina.
Nei giorni successivi, il fronte lavico è avanzato lentamente attestandosi intorno a quota 1350 m, determinando una lunghezza complessiva del flusso lavico nell’ordine di circa 3 km. In questi primi giorni non si sono osservati segnali di escalation rapida o di instabilità del sistema vulcanico, tanto che lo spattering osservato inizialmente alla frattura eruttiva è iniziato a diminuire in maniera consistente fin quasi a fermarsi del tutto nel giro di un paio di giorni.
Dal punto di vista della macchina amministrativa della gestione del territorio, invece, la situazione è rapidamente diventata più complessa, soprattutto a causa dell’elevato afflusso di persone e della frammentazione amministrativa dell’area interessata.
Già dai primi due giorni dell’eruzione, ovvero quando la colata si è sviluppata all’interno della Valle del Bove, si sono iniziate a muovere le amministrazioni comunali direttamente interessate dall’accesso alle aree di osservazione: Milo, Sant’Alfio e Zafferana Etnea. In questa fase iniziale, le prime ordinanze hanno avuto un carattere prevalentemente precauzionale, mirato a regolamentare l’accesso alle strade montane, limitare la sosta incontrollata lungo la strada e richiamare genericamente i rischi connessi all’attività vulcanica in corso. Si è trattato di misure del tutto coerenti con la fase iniziale dell’evento, quando non fosse ancora chiara l’evoluzione dello scenario e l’entità dell’afflusso dei visitatori.
Tra il 3 e il 4 gennaio, la fruizione dell’evento è aumenta in modo consistente, con il fronte della colata che ha raggiunto quota intorno ai 1350 m in evidente forte rallentamento (Figura 2). Tra Guide Alpine e Vulcanologiche, guide escursionistiche, avventurieri solitari con poca esperienza e preparazione, il fronte lavico ha contato diverse centinaia di visitatori nel giro di pochissime ore. 
Figura 2. Il fronte lavico in raffreddamento la sera di giorno 4 gennaio, con la massa di turisti in visita. Foto scattate da Mirko Messina.
A seguito di questa impennata nell’afflusso di turisti sono iniziate ad emergere le criticità più importanti, ovvero: presenza simultanea di visitatori autonomi, accompagnatori non abilitati, difficoltà nel controllo dei flussi di persone lungo sentieri, piste forestali e strade di accesso, sovrapposizione di competenze tra enti diversi su uno stesso territorio.
Le ordinanze comunali sono diventate più dettagliate e restrittive, ma non sempre uniformi tra un Comune e l’altro. Questo ha generato un quadro normativo frammentato dal quale paradossalmente è emerso che ciò che è consentito in un’area della Valle del Bove può non esserlo su quello adiacente, pur insistendo sullo stesso teatro eruttivo.
Il 5 gennaio ha segnato un punto di svolta. L’attività effusiva ha mostrato segnali di diminuzione (Figura 3), ma il numero di persone presenti in montagna è rimasto elevato. Gli organi scientifici, amministrativi e burocratici in campo sono qui riportati: INGV, Prefettura e Questura di Catania, Corpo Forestale Regionale, Polizia Municipale, Dipartimento di Protezione Civile, Collegio delle Guide Alpine e Vulcanologiche della Sicilia, varie associazioni di guide escursionistiche, Soccorso Alpino della Guardia di Finanza e il Soccorso Alpino e Speleologico della Sicilia. Potrebbe anche mancarne qualcuno, ma si capisce bene che la macchina è molto complessa.
Durante la riunione svoltasi in prefettura proprio la sera di giorno 5 gennaio alla presenza di questi enti, sono state introdotte ordinanze che hanno determinato un’ulteriore restrizione delle disposizioni per l’accesso libero e/o con guide, fino a richiamare esplicitamente la possibilità di sanzioni penali in caso di inosservanza, oltre alla regola molto restrittiva di mantenere una distanza di 200 m dal fronte lavico, assolutamente eccessiva per potere sperare di riuscire a intravedere il minimo bagliore rosso derivante dalla colata. Dal punto di vista della gestione professionale dell’accompagnamento, questo è stato un passaggio cruciale. Le Guide Alpine e Vulcanologiche si sono trovate di fronte a una contraddizione evidente: una colata lavica è particolarmente significativa e comprensibile proprio nelle ore serali e notturne, ma gli orari imposti hanno reso questa fruizione di fatto impossibile.
Figura 3. Il fronte lavico più avanzato in raffraddamento, che giorno 5 gennaio ha bruciato una piccola dagala di ginestre a quota 1330 m. Foto scattate da Mirko Messina.
6 gennaio: lo stop come conseguenza, non come scelta
Il 6 gennaio 2026 il quadro normativo diventa incompatibile con un accompagnamento professionale responsabile. Le ordinanze in vigore, sommate tra loro, prevedono: partenza non oltre le ore 14.30; rientro obbligatorio entro le 18:00; distanza minima dal fronte lavico di 200 metri; sanzioni penali in caso di inosservanza. A questo si aggiunge, poco dopo, un’ulteriore ordinanza di chiusura della viabilità di accesso al teatro eruttivo, che blocca di fatto qualsiasi possibilità operativa.
Dal punto di vista dei fenomeni vulcanici, l’evento eruttivo - pur essendo ulteriormente diminuiti sia il tasso di alimentazione sia la mobilità del fronte lavico - non era ancora concluso. Le condizioni meteorologiche non sono le migliori, ma neanche del tutto proibitive. Dal punto di vista logistico, invece, non esistono più le condizioni per poter garantire un servizio coerente, sicuro e rispettoso delle norme.
È in questo contesto che le Guide Alpine e Vulcanologiche hanno deciso di interrompere le escursioni. Non si è trattato di una protesta simbolica, né di una scelta legata a valutazioni economiche, ma della presa d’atto che il sistema di regole, così come configurato, non consente più la fruizione, anche se questa è guidata in modo professionale. Nonostante lo stop delle Guide Alpine e Vulcanologiche va comunque segnalato il fatto che alcuni escursionisti non si sono lasciati intimorire né dal meteo né dalle nuove ordinanze, e in decine hanno comunque trovato il modo di raggiungere il fronte lavico. La fortuna invece non ha assistito un gruppo di escursionisti che, durante la notte di giorno 7, ad eruzione praticamente conclusa, sono stati fermati e segnalati dal Corpo Forestale. Una conclusione che onestamente nessuno meritava.
Quali conseguenze?
Probabilmente è stata persa un’occasione rara (ma non unica) per vivere da vicino un’eruzione puramente effusiva, con pericoli pressoché nulli e rischi estremamente limitati, se affrontata in modo consapevole e responsabile. Chi frequenta l’Etna da decenni sa che eventi simili non sono un’eccezione, ma nemmeno la norma. Colate accessibili in relativa sicurezza e osservabili da vicino si sono succedute a decine nell’ultimo secolo, e in ognuno di questi casi la loro stessa fruizione è avvenuta spesso prima che esistesse un quadro normativo chiaro e una reale consapevolezza del rischio collettivo. Questa prima eruzione del 2026 si colloca in un’epoca significativamente diversa: più comunicazione, più social e più aspettative (che determinano complessivamente e potenzialmente più persone), ma anche più regole e più attori coinvolti.
Osservando la sequenza degli eventi, appare chiaro come nessuna singola ordinanza, presa isolatamente, è irragionevole; la loro sovrapposizione temporale e territoriale ha però prodotto un effetto paralizzante. L’assenza di un modello predefinito di fruizione controllata ha portato a decisioni progressive sempre più restrittive. In questo senso, lo stop del 6 gennaio ha rappresentato l’esito finale di un processo, non il suo innesco.
La questione centrale è stata evidente fin dai primi momenti: la gente in visita al fronte lavico. Uno degli aspetti meno discussi, ma più critici, è stato il comportamento dei visitatori. Nei giorni di maggiore afflusso molte persone hanno raggiunto il fronte lavico in completa autonomia, altre si sono affidate a figure non abilitate, altre ancore si sono spinte fino a pochi metri dalla lava, spesso senza attrezzatura, senza conoscenze e senza piena consapevolezza delle dinamiche in atto. Controllare fisicamente centinaia/migliaia di persone in un ambiente aperto e in continua evoluzione è, nei fatti, estremamente difficile. Non esistono cancelli naturali, non esistono confini netti, e la lava (per sua natura) si muove. Questo è un punto cruciale: il rischio individuale può essere basso, ma il rischio collettivo cresce esponenzialmente quando il numero di persone aumenta e il controllo diminuisce.
I tavoli tecnici: decisioni difficili in tempi stretti
In questo contesto entrano in gioco le istituzioni. I tavoli tecnici riuniscono enti con competenze diverse: chi monitora il vulcano, chi gestisce l’ordine pubblico, chi deve garantire la sicurezza, chi rappresenta le categorie professionali. Il problema non è che “qualcuno abbia sbagliato”, ma che il sistema non è ancora stato progettato per gestire in modo fluido eventi di questo tipo. Le decisioni vengono prese in tempi rapidi, spesso con informazioni incomplete e sotto la pressione dell’opinione pubblica. La risposta più semplice, e spesso più difendibile sul piano amministrativo, è la chiusura totale. È una scelta legittima e comprensibile nel quadro normativo attuale, ma che comporta come conseguenza diretta quella di perdere l’occasione di trasformare un evento naturale in un momento di conoscenza condivisa e valorizzazione consapevole di uno dei territori più belli e conosciuti al mondo.
Verso un modello possibile
L’eruzione di gennaio 2026 ha mostrato chiaramente che non serve scegliere tra “tutto aperto” e “tutto chiuso”. Serve invece un modello di fruizione controllata con protocolli pensati prima degli eventi, promossi attraverso una collaborazione strutturata tra enti e società scientifiche, istituzioni e professionisti della montagna. Un evento puramente effusivo con pericolosità sostanzialmente nulla e rischi davvero molto bassi può solo diventare un laboratorio a cielo aperto, se gestito con intelligenza e visione. L’eruzione di gennaio 2026 non ha messo in crisi il vulcano, ma il sistema che gli ruota attorno. Raccontare questi eventi non serve ad individuare colpe, ma a comprendere dove e come migliorare il sistema affinché la prossima occasione non venga affrontata con strumenti emergenziali, ma con una visione condivisa e già pronta. D’altra parte l’Etna continuerà sia ad eruttare sia ad attirare visitatori e appassionati. La domanda da porre non dovrebbe pertanto esser quella di permettere o meno l’accesso, bensì di come consentire che la fruizione possa essere sicura e responsabile. L’eruzione di gennaio 2026 ci lascia una lezione chiara: il vulcano era pronto a farsi osservare, spiegare e comprendere, mentre il sistema ha mostrato limiti evidenti. Sta a noi fare in modo che la prossima occasione non venga persa allo stesso modo. Alla prossima eruzione!